 |
Alla voce «chaise», il «Dictionnaire des superstitions» dell’editore Morel, cosi si diffonde: «CeIui qui renverse une chaise, le démon tout aussitòt a prise sur lui: se signer rapidement. Le fille qui renverse une chaise doit abandonner tout espoir de se marier dans Fannée. Ne jamais faire pivoter une chaise sur I’un de ses pieds si l’on veut éviter disputes et procès. Au jeu, cracher discrètement sous sa chaise pour conjurer la malchance».
Ma Cesare Bruno ignora le cabale, e sarebbe indifferente anche alle arbitrarie indagini di curiosi interessati a scoprire tutti i perché dei suoi personaggi, uomini riassunti, emblematici, codificati in seggiole. Qui non c'è mistero ma anzi potere di logica, l’incantesimo è soggetto ad un intrico di linee, spazi, colori, rapporti geometrici.
Può darsi che Cesare Bruno ci veda come residui fossili, oggetti. Può darsi che 1’universo sia soltanto un tavoliere di astratti furori, un pianeta di segmenti, una popolazione legnosa e congelata nel gesto, nell’atteggiamento.
Certo le sue tele, con pudica ossessione, portano avanti un discorso critico che ribalta i sospetti angosciosi. Dicono: non siamo noi a covare le paure, sei tu a guardarci con occhi di spavento.
L’emblema uomo-seggiola, sia in solitudine sia in folla (che è poi un’altra solitudine) e sia infine quasi smarrito nella mappa labirintica dei segni che sovraccaricano il mondo, è, per Cesare Bruno, 1’ultima traccia visibile sulle carte esistenziali. Si defila o si perde, si raggruma o si acquatta nel mazzo delle curve, dei triangoli, dei divieti, dei cerchi. Viene assoggettato e si libera in una fulminea fuga cromatica, ma non cede mai. Come un giunco nell’intrico della foresta che l’assedia, l’emblema resiste, si ripete, si rifà vivo.
È un gioco che Bruno amministra tra gli infiniti rischi che sempre covano gli specchi borgesiani, ove Borges non sa scegliere tra se’ e l’immagine riflessa, forse più autentica del prototipo. Ma e per virtù di questo gioco che nevi e piazze, pianure e cattedrali, incroci di viali e prospettive non divorano l’emblema di Cesare Bruno. Non lo sommergono. Anche Pitagora giocava inventando.
|
 |